ANFITRIONE

Entro a teatro lo scorso giovedì con i ragazzi per vedere l’Anfitrione, convinta che da un testo teatrale scritto più di venti secoli fa non ci si possano aspettare sorprese , eppure ne esco stupita e quasi imbarazzata chiedendomi se forse lo spettacolo, ben interpretato e divertentissimo, non sia stato in certi punti troppo fuori dalle righe “educative”. Linguaggio da vicolo, gesti espliciti, violenza, doppi sensi e furti di identità. La cosa insospettabile è che la riscrittura in questo caso, a differenza di molti altri, non si è presa poi così tante licenze e ha mantenuto chiari alcuni aspetti dello stile di Plauto, che tra l’altro non disdegnava l’uso di una lingua “franca”, colorita, né rinunciava a mostrare anche nella commedia  la parte umana più aggressiva. Nessun capitolo del mito è stato omesso, anche se declinato da Teresa Ludovico  in chiave “trash- mafioso” (con un Mercurio trans poliglotta e una Tebe forse calabrese, forse napoletana, gestita da clan malavitosi) e abbastanza fedele è stata anche la costanza dell’effetto comico,  ricercato non solo attraverso la parola, ma  voluto in ogni gesto e nello sviluppo di tutte le situazioni in equivoci.

La compagnia dello spettacolo è nato da un progetto trasversale, e comprende attori ma anche ballerini e musicisti. Tra le battute quindi si è potuto assistere anche a qualche volteggio acrobatico di Giove e soprattutto agli interventi musicali di Michele Jamil Marzella, che ha intelligentemente interpretato il volto giano della “tragicommedia”, alternando  l’atmosfera delle bande popolari del trombone alla sacralità olimpica della tuba tibetana.

Benché  la componente comica dell’ambiguità si sia presa buona parte dell’attenzione,  non è sfuggita anche quella morale. Il garbuglio di equivoci, causati dal capriccio divino e dal raddoppiamento delle personalità, hanno svelato anche aspetti  più spiazzanti della perdita dell’identità. “D’accordo, tu sei me. Ma se io non sono io, allora…chi sono?” , chiede disarmato Sosia a Mercurio. Sembra che al di là o in mancanza del proprio ruolo sociale riconosciuto esternamente, l’ Io non abbia nulla a cui appellarsi per esistere e dunque che la sostanza identitaria risieda esclusivamente nel riflesso rimandato dagli altri. Decisiva nel sottolineare e moltiplicare questa suggestione  è stata la struttura scenica, costituita da pannelli specchianti scorrevoli,   utilizzati come barriere, nascondiglio, soglie di passaggio e di relazione. Solo il dio supremo, proprio Giove che ha dato origine a tutto, riesce in finale a ricostruire quanto ha messo in discussione, non solo riconsegnando la parte di Anfitrione al proprietario, ma anche rassicurandolo sul valore dell’esserlo, in quanto uomo ed autentico oggetto dell’amore di Alcmena.

 

immagine di copertina da: http://www.gazzettadinapoli.it

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2 Responses

  1. Nicola Verzeletti ha detto:

    Lo spettacolo mi ha soddisfatto molto e nonostante gli attori abbiano recitato in napoletano, ho compreso bene la storia; La recita era ben organizzata e mi ha sorpreso il fatto che ci sia stato l’utilizzo di pistole, di abbigliamenti moderni ecc., ma tutto questo mi ha fatto ridere ancora di più. Molto comico anche lo scontro tra il vero e il falso Anfitrione, a volte ho faticato a capire chi era Giove e chi era Anfitrione!
    Spero di fare altre uscite didattiche di questo tipo.

    • Veronica Sozzi ha detto:

      Sono d’accordo con te quando dici che “era ben organizzata”, anche io ho avuto la positiva impressione che ogni piccolo aspetto fosse pensato.

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